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Costa crociere, Moby, Tirrenia. Sul ponte sventola bandiera bianca. E verde e rossa

Di che colore è il mare? E’ blu, certo.

Ma, fortunatamente, in qualche caso, è anche tricolore.

E proprio questo, il dibattito sul colore del mare, è il tema della Puntina di oggi, nel nostro viaggio attraverso shipping, portualità, cantieristica e dintorni, partito con la lectio magistralis di Giuseppe Bono per il varo della Seabourn a Sestri Ponente, passato attraverso il ritorno delle crociere Costa sotto la Lanterna, le lezioni di Piano (Renzo) sulla centralità della portualità per Genova e poi arrivato a Porto Cervo con le adesioni alla proposta di Giovanni Gasparini, presidente nazionale di Federagenti Yacht, per dare risposte concrete alla diffusione della plastica, killer del mare.

E, ancora, vi racconteremo il dibattito sul ministero del Mare con le osservazioni, come sempre ottime e abbondanti, di Giovanni Pettorino, e nei prossimi giorni parleremo dello shopping nello shipping con le osservazioni sul tema introdotte con la sua multidisciplinarietà ormai leggendaria da Gian Enzo Duci, dei temi legati alla diga foranea, per poi tornare a Bono, in un andamento circolare dei successi sul Mare.

Oggi, invece, è il turno di una storia che quelli che parlano bene, ma spesso pensano male, definirebbero una “case history”.

Ma a noi piace pensarla e declinarla in italiano, proprio la lingua e la bandiera protagoniste di questa storia.

A partire dalla semantica, che è sempre una nobile arte.

Ieri, raccontando l’iniziativa di Duci e Gasparini, siamo tornati alla grammatica, dando un senso concreto al fatto che “agente” è (anche) participio presente di agire e oggi partiamo dal Sabatini-Coletti, la mia bibbia grammaticale, per la definizione di onorato, nelle sue varie accezioni grammaticali: “giudicato degno di stima, di considerazione; rispettabile; onesto; che dà onore”.

E la storia di oggi, dove Onorato è scritto con la maiuscola, va esattamente nella stessa direzione.

Una storia che, ad esempio, parte dalla scelta di festeggiare i settant’anni di Costa crociere anche con una livrea tricolore sulle navi della compagnia e, sempre, da sempre e per sempre, la bandiera italiana sulle navi targate Costa crociere, con tutti gli annessi e i connessi del caso, a partire dalla scelta benemerita di pagare le tasse in Italia.

Una storia che arriva a Moby, Tirrenia e Toremar, le compagnie del gruppo Onorato per l’appunto, che dell’italianità hanno fatto la scelta di vita, il Dna aziendale, la ragione sociale del proprio essere impresa.

Non solo battendo bandiera italiana, ma anche scegliendo di avere imbarcati a bordo solo marittimi italiani.

O, comunque, comunitari per non violare le norme sulla libertà di movimento dei lavoratori nei Paesi dell’Unione, una specie di “sentenza Bosman” del mare, quella che diede il via libera ai calciatori di qualsiasi Paese europeo in tutti i campionati dell’Unione.

E così il gruppo che papà Vincenzo ha lasciato in mano ad Alessandro per la gestione commerciale e ad Achille come amministratore delegato, ha fatto della scelta tricolore lo sfondo cromatico della sua ascesa e della sua politica aziendale.

La bandiera come anima, come storia, come Dna.

Ed è stato proprio Achille a raccontarlo a Porto Cervo nei convegni di Federagenti, con il suo passo dialettico di mare che dà ancora più forza al suo racconto.

Riservato com’è, con un’educazione tale che pare che bussi leggermente – toc toc – quando prende la parola, un’esternazione di Achille è un evento e quindi vale la pena di distillarne i contenuti, dal racconto di come tre fondi siano entrati ed usciti da Moby, ognuno più felice di come ne era entrato, con reciproca soddisfazione dell’azienda.

Ma anche con la rivendicazione piena di passione della “sardisticità” – o come si chiama la forza identitaria dell’essere sardi – della compagnia o, ancora, con gli occhi che gli si illuminano quando racconta il nuovo business delle crociere nel Baltico, con l’acquisizione dalla St. Peter Line, la compagnia russa specializzata in crociere nei mari del Nord, della Princess Anastasia e della Princess Maria.

E proprio la “Anastasia” è la prima nave battente bandiera italiana con equipaggio italiano a bordo a solcare i mari del Mar Baltico con un concept – anzi, Achille, direbbe direttamente “concetto”, al massimo con un pizzico di inflessione dialettale che è un ulteriore valore aggiunto – che è un perfetto riassunto della sua visione aziendale: dallo stile della ristrutturazione a quello dei self service e pizzerie, dai negozi ai prodotti con i brand italiani proposti.

E anche in questo caso tutto il personale – che qui nel Baltico per forza di cose non può essere interamente italiano – è tutto imbarcato con un contratto italiano, anche se è una scelta che in qualche occasione moltiplica per quattro volte i costi del lavoro per l’azienda.

Insomma, lo spirito non è quello dei predatori, ma di una compagnia che si integra alla perfezione negli habitat che tocca, camaleontica nel suo essere identitaria, quasi un benefico ossimoro, e il racconto di Achille Onorato è quello di chi, mentre lavora sull’oggi, guarda al dopodomani: “In questo momento ci siamo rivolti ai cantieri tedeschi, ma prima o poi abbiamo il sogno di ricominciare a costruire in Italia, anche perchè i cantieri italiani sono di assoluta eccellenza nel mondo”.

Intanto, la nuova frontiera è la Cina con il prossimo varo di due nuovi traghetti che saranno alimentati a gas e con impatto zero.

Costruiti in Cina, ma pronti a imbarcare esclusivamente marittimi italiani.

Come dire? Marco Polo è vivo e lotta insieme a noi, anche in versione 4.0.

E sul ponte sventola bandiera bianca. E verde e rossa.

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